I libri di viaggio sono la prima risorsa del viaggiatore. Non solo sono preziosissime fonti di ispirazione, informazione e approfondimento sulle nostre mete preferite: permettono anche di scoprire nuovi orizzonti e incontrare diverse culture comodamente dal nostro divano!
Ma cosa rende un libro un buon libro di viaggio? Sicuramente il desiderio, appena lo si chiude, di preparare la valigia per visitare personalmente i luoghi raccontati. La parola tedesca Fernweh, traducibile come “nostalgia dei paesi lontani”, si riferisce proprio a questo desiderio di lasciare ciò che si conosce per esplorare il mondo.
Quindi abbiamo pensato di proporvi tre libri di viaggio che, rispettando queste premesse, vi trasporteranno lontano solleticando la vostra voglia di avventura.
Il sottotitolo di questo libro di W. G. Sebald è proprio “Pellegrinaggio in Inghilterra”. L’autore percorre a piedi, e in solitaria, un lungo itinerario nella contea del Suffolk. Luogo che forse a pochi verrebbe in mente di visitare… prima di leggere questo libro!
Gli Anelli di Saturno non è il più classico dei libri di viaggio. Vagabondare attraverso l’atmosfera umida e rarefatta dell’East Anglia è il pretesto per inanellare una serie di digressioni, dettagli, ricordi che a volte portano davvero lontano nello spazio e nel tempo. Vi troverete ad esempio nel Congo belga di Leopoldo II o nella Cina del Celeste Impero: una successione di “quadri” che parlano d’arte, cultura e storia. Ad accompagnare le parole, in tipico stile sebaldiano, punteggiano le pagine fotografie, rigorosamente in bianco e nero, di grande suggestione.
Un viaggio malinconico – saturnino – attraverso brughiere e scogliere, piccole cittadine costiere spazzate dal vento, rovine della guerra e antichi splendori.
Ho camminato per quasi quattro ore e non ho visto altro, sino alla linea dell’orizzonte, che campi di grano tutti già mietuti, ho visto il cielo, carico di nuvole basse, e le fattorie, a due o tre miglia di distanza l’una dall’altra, per lo più circondate da un’aureola di alberi. Non ho incontrato un solo veicolo mentre avanzavo su quel rettilineo apparentemente infinito, e non sapevo né allora né so oggi se quel mio solitario incedere fosse per me benefico o tormentoso. A tratti, durante quella giornata – nel mio ricordo ora pesante come il piombo ora d’una leggerezza quasi impalpabile – si apriva un piccolo squarcio attraverso la coltre di nuvole.
Secondo Paolo Rumiz La polvere del mondo di Nicolas Bouvier è il libro di viaggio perfetto. Quello cioè che spinge a partire per andare a verificare se quei paesi dai nomi strani, sperduti tra brulle alture o in mezzo a inaccessibili deserti siano ancora abitati da quegli stessi volti, colori, profumi.
Bouvier, giovanissimo scrittore di origine svizzera, accompagnato dal fidato amico e pittore Thierry, compie questo viaggio tra il 1953 e il 1954 a bordo di una vecchia – e un po’ malconcia – FIAT Topolino. I due inseguono l’inebriante profumo del melone: dai Balcani, infatti, si spingono fino all’India, attraverso Grecia, Turchia, Iran, Afghanistan e Pakistan. Non si contano gli incontri, le pulci, le lingue, le tazze di tè bevute. Un vero diario di viaggio on the road tra frontiere che oggi risulterebbero invalicabili.
Ma ciò che soprattutto regala questo libro è la sensazione – così rara e preziosa – della leggerezza del cuore, del puro piacere del viaggio.
Addossati a una collina, si guardano le stelle, i movimenti vaghi della Terra che se ne va verso il Caucaso, gli occhi fosforescenti delle volpi. Il tempo passa tra tè bollenti, qualche rara frase, le quaglie e le pernici… e ci si affretta ad affondare quell’istante supremo come un corpo morto in fondo alla memoria, dove si andrà a ripescarlo un giorno. Ci si stiracchia, si fa qualche passo, pesando meno di un chilo, e la parola “felicità” pare troppo scarna e particolare per descrivere ciò che vi succede.
Bruce Chatwin non necessita di alcuna presentazione. Tra i suoi libri di viaggio, infatti, spicca il celeberrimo In Patagonia, opera di culto della letteratura di viaggio. Le vie dei canti è una delle ultime opere a firma dell’autore, pubblicata due anni prima della sua prematura scomparsa.
Australia. La terra dell’avventura, della libertà ma anche luogo arcaico, indecifrabile e misterioso. Questo libro non è solo di viaggio: è sul viaggio. Seguendo le vie dei canti tracciate dai mitici antenati del popolo aborigeno, Chatwin si interroga sull’essenza del nomadismo e su cosa spinga esseri umani e animali alla migrazione. Un istinto ancestrale che finisce, nel libro di Chatwin, per aderire all’essenza stessa della vita. D’altronde, nel deserto o nel bush, chi non si muove è perduto.
Il libro giusto per sentire sotto i piedi la terra rossa dell’Outback, per udire il canto gracchiante dei kookaburra. Per perdersi e ritrovarsi tra i ciuffi di spinifex.
Non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata.
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